Che carinoooooo

Un romantico abitino Mexx

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She loves my blog

Rubato da http://unapennaspuntata.wordpress.com/2012/04/28/modest-fashion/

Grazie Lucy ;)

Seavessi.
Apparentemente, Seavessi Tempo ama il mio blog; o quantomeno, mi ha dato un premio che si intitola “I love your blog”, da cui mi sento di trarre la deduzione di cui sopra.
Il premio, a quanto pare, funziona in tal maniera: Seavessi Tempo, amando il mio blog, vuole giustamente farsi i fatti miei; e quindi, mi sottopone otto domande modaiole.
Se rispondo alla domande, posso accaparrarmi il premio.

Ora.

Lo so anch’io che la maggior parte dei miei lettori è costituita da maschi adulti di fede cattolica (cosa che, a proposito, mi lusinga un sacco. Essere letta da maschi di una fascia d’età molto diversa dalla mia, dico: statisticamente improbabile, ma splendido!).
E posso anche immaginarlo – voglio dire – che a ‘sti poveri disgraziati di miei lettori maschi non interessi più di tanto sapere che vestiti mi metto addosso.

Però…

Però, chissà. Cercherò di renderlo interessante anche per loro.

Le domande sotto otto; alcune sono così specifiche che non mi riesce proprio di renderle interessanti a tutte. Mi limito ad elencarle: vogliono sapere qual è prodotto make-up che preferisco (mascara e ombretto), chi ascolto più volentieri (le canzoni di Branduardi), dove mi piacerebbe vivere (l’ho già detto:d’inverno, al mare), e quante paia di scarpe posseggo (poche. Ma ci ritornerò sopra). Mi domandano inoltre quali film preferisco (quelli storici: è un interessantissimo gioco a “trova le differenze”), e qual è il mio colore preferito (decisamente il nero. Sembro, perlopiù, appena uscita da un funerale).

Ma poi, il test passa a domande più gustose. Ad esempio: “qual è la tua rivista di moda preferita?”.
Ah-ah!!
Era da mesi che aspettavo l’occasione giusta per parlarne!

Beh, signori… sono abbonata a Jen Magazine.
Se andate a cercarlo in edicola, è molto probabile che l’edicolante vi prenda per pazzi: Jen Magazine si può leggere solo sul Web, a costo zero, essendo un sito Internet interamente dedicato alla moda… modesta. La definiscono così, negli U.S.A.

I Cristiani d’oltreoceano sono un po’ pazzerelli; e questo argomento, direi, è già stato sviscerato a fondo. Fra le tante cose che fanno i Cristiani statunitensi (e che qui in Italia, di fatto, non ci sogniamo proprio), c’è anche quello di adottare un dress code in linea col Vangelo, per così dire. Esistono proprio delle case di abbigliamento che si dedicano solo ed esclusivamente alla produzione di vestiti di tal genere.
Il dress code degli Americani, che in effetti è anche il mio, prevede cose tipo “spalle coperte”, “magliette a mezza manica”, “scollature contenute”, e “niente minigonne”.
Alcune obietteranno che questo abbigliamento non è un granché attraente; altre vi risponderebbero che, dovendo scegliere, preferiscono piacere a Dio, più che ai ragazzi in discoteca.

Una proposta di stile da JenMagazine. Vi sembra forse poco carino?

Io aggiungerò invece – porca la miseria – che non c’è affatto bisognodi togliersi vestiti, per essere carine e per valorizzare il proprio corpo!
Io preferisco un vestito che mi faccia sembrare una signorina elegante e a modo;non un completo che spinga gli altri a domandarsi se per caso stavo andando in spiaggia e poi mi son trovata  in università a dare un esame.
Io preferisco un vestito che copra, (e mascheri i difetti), e spinga il mio interlocutore a guardarmi in faccia, e non altrove. Personalmente, trovo che non ci sia niente di più disgustoso dei maschi che, per strada, si girano a guardarti.
E tutto ciò non vuol (necessariamente) dire “vestirsi da suora”: vuol dire, semmai, “vestirsi da signora”, con un abbigliamento che può essere perfettamente “casto”… ed anche perfettamente azzeccato. Jen Magazine mi piace perché fornisce consigli per una moda giovane, frizzante, allegra… e modestissima.

E sarei davvero curiosa di sapere cosa ne pensano i lettori maschi: sotto sotto, trovate più attraente una bella gonna o un vestitino… oppure, il potere deglishorts superaderenti è comunque troppo forte?
(Non so. Domando).

Il quiz di Seavessi Tempo mi chiede, inoltre, qual è la mia icona di stile.
Aehm. Ne cito una che mi piace abbastanza, perché incarna appunto l’ideale che ho voluto esprimere sopra.
Mi piace molto Kate Middleton: ebbene sì.

Non conosco la ragazza, non ho approfondito la sua biografia; ho il sospetto che, potendo, sarebbe anche ben felice di adottare uno stile un po’ diverso. Però, evidentemente, ha un dress code da rispettare; e da questo punto di vista, i reali sono sempre una garanzia. Riescono ad incantare il mondo, ad apparire inequivocabilmente splendide, e a diventare icone di stile universalmente riconosciute… anche senza vestirsi da bomba sexy. Incredibile: si può fare!!
In un periodo in cui (non neghiamolo: è vero), la scelta preferita per un abito elegante, quantomeno fra le mie coetanee, è un vestitino attillatissimo, scollatissimo, cortissimo, e senza maniche, Kate Middleton è riuscita ad incantare il mondo con vestiti che non sono né provocanti, né tantomeno sexy.
Eppure, splendidi.

E voi che ne dite?
Lettrici femmine, lettori maschi: che ne pensate – son curiosa! – di queste considerazioni?
Trovate che sia eccessivo suggerire un “dress code” a tutti i cristiani, o trovate piuttosto che gli Americani facciano bene a suggerirsi vicendevolmente vestitini adatti?
Trovate che una donna che si concia come Kate (per dire) si invecchi, si svilisca, si ponga fuori dal mondo? O che sia solo molto elegante?

Perché il mio blog non è, ovviamente, un blog di moda; ma trovo che l’abbigliamento vada tenuto in considerazione altissima, perché è il “biglietto da visita” con cui ci presentiamo al mondo. E io non voglio presentarmi al mondo con un vestito che non mi rappresenta affatto. Le domande di Seavessi sono state l’occasione giusta per farmi affrontare un argomento di cui non ho mai parlato… ma che però mi sta profondamente a cuore.

Sì, insomma: sarei davvero curiosa di sentir le vostre opinioni, perché è un tema che mi incuriosisce… e mi interessa veramente un sacco!

 

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Da un’intervista a Marija Pavlovic

 

 

 

http://www.radiomaria.it/documenti/dwnl.php?id=1383

PADRE LIVIO – (…) Com’è vestita la Madonna? Io infatti ritengo che anche il vestito riveli lo stile di una persona.

MARIJA – Non è vestita come noi oggi, perché arriva con un vestito grigio, lungo, con un velo bianco sulla testa.
PADRE LIVIO – Ha dunque una tunica?
MARIJA – Diciamo come una tunica, ma non si può dire che è come una tunica romana.
PADRE LIVIO – Va giù fino in fondo?
MARIJA – Sì, come un vestito che si vede.
PADRE LIVIO – Ha la cintura?
MARIJA – No, ma il vestito ha le pieghe lungo il corpo.
ADRE LIVIO – Un vestito che tocca fino giù per Terra?
MARIJA – Sparisce nella nuvola.
PADRE LIVIO – Il vestito è grigio?
MARIJA – Sì.
PADRE LIVIO – E si vede il collo? È scollata?
MARIJA – No.
PADRE LIVIO – No, non è scollata. Il collo è un girocollo?

MARIJA – Sì.

PADRE LIVIO – Te lo chiedo, perché io ritengo che la Madonna arrivi vestita in un modo castissimo e purissimo, che deve insegnare qualcosa anche a noi.

MARIJA – Io penso che se uno, non solo se vede la Madonna, ma se incomincia a pregare e a vivere la fede in un modo concreto, allora per lui tutto diventa importante, anche il modo di vestirsi. Io credo che una persona che prega ventiquattro ore su ventiquattro e ha scelto la via della santità non arriva con una gonna corta o con una scollatura. Questo è quanto ho imparato dalla Madonna. Sono cose che non stanno insieme. 

PADRE LIVIO – Anch’io tengo molto a questo, perché anche esternamente dobbiamo essere figli di Maria.

 

 

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Massoneria e corruzione dei costumi

di Angela Pellicciari

30-03-2012

Collen Hammond, ex modella e attrice diventata cattolica, in un libro autobiografico di recente pubblicazione racconta come la totale perdita di pudore nell’abbigliamento femminile sia stato uno degli obiettivi tatticamente perseguiti dalla massoneria nell’intento di sradicare la religione.

La signora, madre di quattro figli, cita fra l’altro un numero dellaInternational Review on Freemasonry pubblicato nel 1928 in cui si legge: “La religione non teme i colpi di spada; ma può estinguersi sotto i colpi della corruzione. Non stanchiamoci mai della corruzione: usiamo un pretesto come lo sport, l’igiene, la cura della salute. E’ necessario corrompere: che i nostri giovani pratichino il nudismo.
Per scongiurare una reazione eccessiva, bisogna procedere metodicamente: bisogna cominciare con lo scoprire il gomito; poi passare alle ginocchia; quindi a gambe e braccia completamente scoperte; poi la parte superiore del torace, le spalle, ecc. ecc.” (Dressing with dignity, Rockford 2005, p. 53).

Un secolo prima della rivista citata dalla Hammond la strategia delle sette era la stessa. Regnante Gregorio XVI (1831-46) la polizia pontificia scopre documenti e corrispondenza fra carbonari in cui si teorizza che, per ottenere il potere, bisogna passare per la corruzione dei costumi.
Qualche saggio dei documenti resi pubblici per volontà del papa: “Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo”; “L’essenziale è isolare l’uomo dalla famiglia, è fargliene perdere le abitudini”; “L’uomo ama le lunghe chiacchiere al caffè e assistere ozioso agli spettacoli. Intrattenetelo, lavoratelo con destrezza, fategli credere di essere importante; insegnategli poco a poco ad avere disgusto delle occupazioni quotidiane, e così, dopo averlo separato da moglie e figli e dopo avergli mostrato quanto è faticoso vivere adempiendo ai propri doveri, inculcategli il desiderio di una vita diversa”.

Perché la massoneria promuove la corruzione morale della società? Vale la pena di analizzare due risposte, la prima della Civiltà Cattolica, la seconda di Leone XIII, perché entrambe interessanti. A parere della rivista dei gesuiti, che ne parla in un articolo del 1852, lo scopo delle sette “è generalmente antireligioso e antisociale. Esse agognano lo sperperamento e il taglio d’ogni vincolo più sacro, che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l’umanità sotto una nuova forma di totale servaggio, in cui lo Stato sia tutto, e i capi della setta siano lo Stato”.

Nell’enciclica Humanum genus composta nel 1884 per chiarire ai cattolici la natura della massoneria (che, detto fra parentesi, all’epoca dominava la vita politica e culturale italiana), Leone XIII individua nella promozione del vizio l’arma principale delle sette massoniche: a giudizio del papa solo così, e cioè fiaccando la volontà delle persone col renderle schiave delle passioni, uomini “scaltriti e astuti” avrebbero potuto imporsi e dominare incontrastati. Queste le parole del pontefice: “poiché quasi nessuno è disposto a servire tanto passivamente uomini scaltriti e astuti come coloro il cui animo è stato fiaccato e distrutto dal dominio delle passioni, sono state individuate nella setta dei Massoni persone che dichiarano e propongono di usare ogni accorgimento e artificio per soddisfare la moltitudine di sfrenata licenza; fatto ciò, esse l’avrebbero poi soggiogata al proprio potere arbitrario, e resa facilmente incline all’ascolto”.

Che questi echi lontani di polemiche otto-novecentesche abbiano qualcosa a che fare con la forsennata campagna a favore del matrimonio omosessuale, in un tempo, per di più, in cui l’istituzione matrimoniale giace in stato comatoso?

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-massoneria-e-corruzione-dei-costumi-4946.htm

 

Qui il sito della Hammond: http://www.colleenhammond.com/

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Leah Darrow, da top model a modello di femminilità

Un mix di vitalità ed energia ma anche di fascino e dolcezza: Leah Darrow è un’ex modella americana, nota negli Usa sopratutto per aver partecipato alla terza edizione di America’s next top model. Nonostante l’eliminazione dal programma una promettente carriera l’aspettava.. e invece a un certo punto Leah va in crisi: “un periodo di cambiamento, che potremmo chiamare conversione, ha stravolto tutto e da allora niente è più stato lo stesso”. Leah incontra per davvero quel Gesù Cristo che come cattolica conosce da sempre e questo incontro non può non cambiare tutto quanto nella sua nuova vita: decide di lasciare tutto.. o quasi. Ora lavora per Catholic answers e come portavoce della fede cattolica, portando ovunque può il messaggio e la testimonianza della sua nuova vita, sopratutto per quanto riguarda castità e pudore, senza che questo intacchi la passione per la moda e la bellezza, bensì riuscendo a far convivere le due cose.

Qui un suo video da Catholic answers, in cui parla proprio della modestia nel vestire:

http://www.youtube.com/watch?v=M9M5yv7DoB8

« Ciò che ho imparato dopo la mia conversione e anche grazie all’esperienza di modella, è che una persona davvero alla moda e “fashion” parla usando il proprio abbigliamento, non il proprio corpo.

Ora, con la comprensione di che cosa è la modestia, cioè che la modestia è pudore e decenza, come dice il catechismo della Chiesa cattolica, capisco che io sono un manifesto vivente di Cristo: e adesso il mio modo di presentarmi al mondo, il modo di vestire, il trucco ecc. bé queste cose in qualche modo contano, perché le persone le vedono; desidero che la gente mi guardi e veda qualcosa di Cristo in me, che veda una persona che ama il corpo che Dio le ha dato e che esso appaia davvero come il tempio dello Spirito Santo.

So bene che molte donne si mettono sulla difensiva quando si tratta di moda, e anch’io ero così, ma noi abbiamo una grande responsabilità, che però è anche piacevole: il nostro abbigliamento parla tantissimo, come un comunicatore silenzioso, che dice al mondo chi siamo e in che cosa crediamo.

Così se mi vesto con un abbigliamento modesto ma in un modo che esprima anche il mio stile e la mia personalità, esso certamente dirà anche ” Io appartengo a Gesù, io sono cristiana “. »

Qui altre testimonianze:

http://www.youtube.com/watch?v=HaTfwMgQJo8

http://www.youtube.com/watch?v=WtasO-21E2U

http://www.youtube.com/watch?v=c_3e2AuVvk4

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A immagine di Maria

L’Immacolata insieme a un “mazzolino di fiori freschi”, donne che lungo 2000 anni di storia in svariati modi hanno modellato sé stesse a sua immagine: Fabiola, Perpetua, Teresa d’Avila, Kateri Tekakwitha, Santa Scorese, Margherita regina di Scozia, Chiara d’Assisi, Edith Stein, Elisabetta regina d’Ungheria, M.Teresa Gonzalez-Quevedo, Laura Vicuña, Radegonda regina di Francia, Teresa Bracco, Caterina da Siena, Teresa del Bambin Gesù, Mari Carmen Gonzalez-Valerio, Rosa da Lima, Albertina Berkenbrock

«La grazia di una donna allieta il marito, / la sua scienza gli rinvigorisce le ossa. / È un dono del Signore una donna silenziosa, non c’è compenso per una donna educata. / Grazia su grazia è una donna pudica, / non si può valutare il peso di un’anima modesta» (Sir 26,13-15).

La donna, essendo sposa dello Spirito a immagine di Maria, ne manifesta più particolarmente i frutti che sono: «Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23).

Questi costituiscono altrettante virtù, altrettante forze nascoste, che sono l’essenza del mistero femminile e fanno cogliere l’importanza della donna, non come pilastro visibile ma come pilastro invisibile della storia.

Il silenzio

«Il silenzio concentrato in Dio è più potente dei clamori», diceva S. Teresa d’Avila.

È certamente una visione più positiva del famoso detto: «Sii bella e taci», che non si perde occasione di dire alle donne per far capire loro che farebbero meglio a tacere.

È un’osservazione comune che esse siano più chiacchierone degli uomini, che sentano molto di più il bisogno di parlare di sé, che abbiano una maggior tendenza a perdersi nei particolari e che facciano fatica a custodire i segreti… Il Talmud ebraico afferma con arguzia: «In questo mondo sono scese dieci misure di parole. Le donne ne hanno prese nove e gli uomini una» (Kiddoushim 49 B).

Il silenzio non è un’assenza, un vuoto che ci si affretta a colmare o una rinuncia davanti agli avvenimenti. Questa visione negativa deriva certamente dal fatto che bisogna farsi violenza perché tacciano in noi tutti quei pensieri che ci agitano, tutti quei giudizi che ci ingombrano e non lasciano più posto per Dio.

Il Vangelo ci chiama al digiuno, perché, nella privazione, si fa sentire la fame di Dio. Ma noi siamo chiamate a un digiuno più eccellente, che è quello della parola. Non passa giorno senza che noi perdiamo l’occasione di tacere e di entrare nel silenzio fecondo che lascia a Dio l’iniziativa.

Solo la parola che si è nutrita di silenzio ed è stata purificata in esso può portare frutto e costruire il Regno. Quelle che lo sperimentano, come Veronica, ne sono interiormente rinnovate:«Durante l’ultima Quaresima, mio marito ed io abbiamo deciso – senza dircelo – di non reagire quando uno dei due avrebbe pronunciato una parola di troppo o una parola che feriva. Otto volte su dieci il mio temperamento impulsivo ha avuto il sopravvento. Le altre volte, quando sono riuscita a trattenermi, ho constatato che questo silenzio dava al mio cuore il tempo di convertirsi: allora ho visto insinuarsi e svilupparsi in me una briciola di benevolenza, un granello di pazienza, uno slancio di misericordia…».

Il cuore della donna diffusore di pace

Come è per il silenzio, così è per la pace.

«Trova la pace e migliaia intorno a te si convertiranno», diceva S. Serafino di Sarov.

Noi ci scandalizziamo della guerra e preghiamo per la pace, ma non l’accogliamo nei nostri cuori, quando Dio ce la dona anche in mezzo alla tribolazione, alle sofferenze e alle contraddizioni.

Vorremmo che le nazioni operassero per la pace, ma non siamo pronti a impegnarci nella lotta interiore contro tutto ciò che può nuocerle e in primo luogo nei nostri rapporti con le persone a noi più vicine.

Ci aspettiamo atti coraggiosi da parte di coloro che ci governano, ma non siamo pronti a perdere le nostre sicurezze per trovare la vera pace.

Noi preghiamo per la pace e accogliamo senza batter ciglio tutte le fonti di discordia: pensieri negativi, maldicenze, calunnie, giudizi e sospetti.

Sappiamo che la pace si ottiene a prezzo di certi silenzi, a volte eroici, ma non siamo capaci di custodire un segreto. La lotta per la pace è una lotta incessante, fino al momento in cui Dio ci avrà pacificati.

Chi vuole diventare un operatore di pace, si prepari alla guerra contro se stesso, contro le sue tendenze negative che portano frutti di morte e di distruzione. Incominci a «porre una custodia alla sua bocca» (Sal 140,3) per entrare nel silenzio, per dimorare alla presenza di colui che è la pace.

È attraverso i cuori pacificati che il Signore può stabilire il regno della pace, nelle nostre famiglie innanzitutto, e poi nel mondo. Il cuore pacificato non lascia che il male aumenti e si diffonda. È come una spugna che assorbe l’amarezza del peccato e rompe la catena dell’odio. Questi cuori diventano dei diffusori di pace. La pace che si irraggia dal cuore della donna trasforma gli esseri e le situazioni con la sola presenza di lei, non per quello che fa, ma per l’intensità del suo essere.

Marthe Robin diceva: «Auguriamoci che in ogni famiglia ci sia almeno un’anima piena di Dio: essa riempirà di Lui tutta la casa».

Il dominio di sé

Il dominio di sé nasce dal silenzio e dalla pace, che permettono di non reagire sconsideratamente a tutte le sollecitazioni esterne.

Imparare a controllarsi, ad attendere il momento propizio per spiegarsi e per dire ciò che si ha nel cuore non significa perdere la propria personalità.

Troppe donne rovinano tutto perché non sanno tacere, non riescono a imporsi di non dire tutto e subito, mentre se sapessero attendere il momento favorevole sarebbero molto più ascoltate.

E’ una lotta, ma se ne può riuscire vittoriosi. Mi testimoniava un’amica: «Un giorno, non ricordo più per quale motivo, sono stata immediatamente sommersa dalla rivolta contro mio marito e dall’irresistibile voglia di arrabbiarmi.

«In quel momento, con la stessa intensità, ho sentito che potevo anche non arrabbiarmi, dovevo scegliere. Quanto tempo è durato quel dilemma? Non lo so, sta di fatto che sono rimasta come sospesa, con, da un lato, questa voglia terribile di arrabbiarmi e dall’altro, questa forza, questa possibilità di non farlo, di resistere alla tentazione. Allora lentamente, con tutte le mie energie, ho detto dentro di me: «No, non mi arrabbierò!». Ad ogni «no» che dicevo, il serpente indietreggiava di più, ad ogni «no» io avevo più forza interiore per resistere alla tentazione, finché essa scomparve completamente.

«Questa esperienza è stata decisiva nella mia vita. A partire da quel momento, non mi sono state risparmiate le tentazioni, ma ho sempre avuto la forza di non cadere o di rialzarmi subito. Il Signore mi ha dato un’arma per la lotta. Che sia benedetto!».

Ogni parola avventata ci indebolisce e rende la lotta più difficile. Ma ogni volta che manteniamo eroicamente il silenzio, ci fortifichiamo e lottiamo con maggior facilità.

Alcune imparano a controllarsi a forza di volontà, per calcolo, per arrivare ai loro scopi e così diventano fredde come il ghiaccio e pericolose per l’uomo.

La donna virtuosa non è sdolcinata, ma piena di forza, fatta di dolcezza e di amore. È regina perché domina le sue passioni.

La tenerezza

Da sola questa parola evoca tutta la dolcezza e la delicatezza dell’amore che si espande. La tenerezza è l’amore che si manifesta al di là delle parole, attraverso un gesto, una carezza, uno sguardo, una presenza affettuosa. Essa fa sciogliere ciò che è duro, riscalda ciò che è freddo, fortifica ciò che è debole e guarisce ciò che è ferito. Si nutre di silenzio e di pace. Dolce presenza che fa venire alle labbra le parole dell’inno allo Spirito Santo:

«Nella fatica, riposo; / nel calore, refrigerio; / nel pianto, conforto… / Guarisci ciò che è ferito, / piega ciò che è rigido, / riscalda ciò che è freddo…».

Le testimonianze che seguono ne sono un’illustrazione commovente:

«La maggiore dei nostri tre figli, di nove anni, soffriva dall’infanzia di una specie di pudore dei sentimenti che a volte la bloccava. Così quando riceveva un dono, nascondeva la sua gioia! Ciò creava difficoltà di tipo relazionale: aveva solo poche amiche, non osava andare dagli altri e ritornava regolarmente da scuola in lacrime, perché nessuno aveva voluto giocare con lei durante la ricreazione.

«Questo ci faceva soffrire; ma che cosa potevamo fare?

«Ne abbiamo parlato più volte, mio marito e io, e soprattutto in quel periodo – non so per quale caso – abbiamo incominciato ad ascoltarci meglio, a riservare ogni giorno un po’ di tempo per noi due, e soprattutto a manifestarci tenerezza, verbalmente e non verbalmente. Quando eravamo così molto vicini, seduti sul divano oppure uno nelle braccia dell’altra, i bambini venivano spontaneamente ad abbracciarsi a noi. Questa tenera vicinanza dei cuori e dei corpi un giorno aveva donato loro la vita, ed ora continuava a dargliela.

«Senza che noi l’avessimo percepito nettamente, la nostra figlia maggiore vi attingeva progressivamente abbastanza forza per aprirsi. Un anno dopo, in giugno, ottenne il premio di socializzazione della sua classe! Che gioia per noi! Questa trasformazione si è confermata con gli anni… e la nostra gioia continua».

La castità

La tenerezza è sorella della castità, di cui dobbiamo ritrovare la forza e la bellezza.

Anche questa è una parola che fa trasalire, perché non se ne conosce il senso profondo e la si assimila alla frustrazione.

Nel giardino di Eden Adamo ed Eva erano nudi e non avevano vergogna alcuna. Abbiamo visto che erano rivestiti di luce e perciò trasparenti l’uno all’altra. Avendo la caduta fatto perdere loro questa luce, essi ebbero vergogna della loro nudità e si nascosero.

La castità ristabilisce la purezza nelle relazioni tra l’uomo e la donna, non solo nel matrimonio, ma in ogni rapporto. Essa fa sparire la vergogna e si veste di pudore; restituisce alla sessualità il ruolo che Dio le ha attribuito, perché questa è un dono di Dio, è una cosa buona e bella e proprio per questo il demonio la combatte con tanta forza. Egli scimmiotta Dio e lo imita facendone caricature.

La luce di Dio che abita nei nostri cuori ci riporta alla semplicità, trasformando così tutti i nostri rapporti e dando ai nostri gesti riserbo, purezza e nobiltà.

La castità non è una riduzione, né un’amputazione dell’amore; essa lascia alla sessualità il suo posto, opera un ampliamento e permette l’espressione della tenerezza e la diffusione di un amore completamente disinteressato, che riempie di felicità colui che lo dà, come colui che lo riceve.

La donna è per sua natura seduttrice, dato che ha la tendenza a cercare un amore captativo. Quando rinuncia a questo amore gretto, ella diventa casta, perché non aspetta più niente per se stessa. La sua presenza non è mai insignificante: è lei che porta sia il turbamento, sia la chiarezza. Basta che lei sia lì, perché gli uomini cambino comportamento, a seconda che ella risvegli ciò che c’è in loro di meglio o di peggio.

Molte soffrono per la grossolanità e la volgarità che c’è nel luogo dove lavorano. È più facile per una donna ristabilire la purezza con la sua sola presenza, quando ella è veramente abitata dalla luce di Dio e dal suo amore. Se il suo cuore è puro, può risvegliare la sete di purezza che c’è nel cuore di ogni uomo.

S. Pietro non dice forse: «Donne, il vostro ornamento non sia quello esteriore… cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile, piena di mitezza e di pace»? (1Pt 3,3-4).

La bellezza

La bellezza fa parte della grazia della donna. Non c’è donna che non desideri essere bella.

La donna è bella, ma la sua bellezza non deriva dalla regolarità dei suoi lineamenti, viene dalla presenza di Dio in lei, dalla luce interiore che illumina i suoi tratti. È Dio in noi che è bello.

Come ciò che è vero è bello, così ciò che è buono è bello. Una donna buona è bella.

È stupendo, nelle sere del sabato, quando siamo tutti riuniti intorno alla tavola per rendere grazie a Dio, per rallegrarci insieme della sua presenza, vedere la bellezza dei volti. Si dice che, le sere del shabbat, ognuno riceve un supplemento d’anima, cioè un supplemento della presenza di Dio. Il mondo ha bisogno della testimonianza di questa bellezza interiore.

Niente imbruttisce la donna come lo sguardo che ella rivolge su di sé. Quante energie spese a farsi bella, ad apparire, con l’ossessione delle prime rughe e dell’invecchiamento, senza riuscire ad evitare gli oltraggi del tempo. Niente invece l’abbellisce come lo sguardo che Dio posa su di lei.

«Tu mi guardi e io divento bella», dice una poesia. La donna che sente lo sguardo d’amore di suo marito, quella che si sente amata da Dio, splende di beltà.

I fanciulli di Medjugorje hanno chiesto alla Madonna: «Come mai sei così bella?». «Sono bella perché amo», ha risposto.

Che risposta magnifica, e davvero confortante per tutte quelle che sono minate dai complessi e dalla paura di invecchiare.

(da Jo Croissant,
Il mistero della donna
, Ed . Ancora, pp .147-159).

http://www.stpauls.it/madre00/0698md/0698md12.htm

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Il diritto al pudore

di Laura BOCCENTI

La grande macchina della comunicazione mette in scena l’esibizione dell’intimità delle persone e perciò la dissoluzione dell’io. Spesso si pensa che la spudoratezza non sia un grave difetto, bensì una virtù coincidente con la sincerità.

Dal “Grande Fratello” a “Forum”, per segnalare solo i programmi più noti e diffusi, a facebook, la grande macchina della comunicazione organizza lo svago di massa mettendo in scena l’esibizione dell’intimità delle persone, conseguendo ascolti elevati che confermano il gradimento del pubblico ed innescano un circolo vizioso che diffonde la pratica di rendere pubblico ciò che è intimo.
L’aspetto critico del costume che va così propagandosi non consiste soltanto nella volgarità del linguaggio o nell’oscenità degli atti, quanto nella persuasione sottintesa che la spudoratezza non sia un grave difetto, ma una virtù coincidente con la sincerità.

Secondo questo modo di pensare, chi non ha nulla da nascondere non si vergogna di nulla; occultare qualcosa di sé, al contrario, sarebbe segno di una disposizione al male. Così, anche se non in modo esplicito, il pudore viene messo in stato d’accusa come espressione di finzione o, addirittura, come manifestazione di uno stato patologico di repressione. 

E l’abolizione volontaria del pudore viene avvalorata come esito auspicabile, come manifestazione di schiettezza e coraggio.
La questione del pudore non è attinente solo alla sfera fisica, ma investe, più profondamente, la totalità della persona, perciò ogni sua falsificazione ha ricadute che riguardano il nucleo profondo dell’uomo.
Nella visione naturale e cristiana, la vergogna, o pudore, consiste essenzialmente in un’attitudine di difesa del proprio corpo in quanto espressione della persona e, in un senso più ampio, coincide con un sentimento di timore per l’esposizione della propria intimità profonda agli altri. Esso sorge per proteggere l’io e i suoi valori da ogni genere di spersonalizzazione e per questo il pudore tende istintivamente alla riservatezza: la persona, di fronte alla minaccia di essere guardata come un oggetto anonimo e senza volto, reagisce difendendo la propria soggettività con la vergogna. La spudoratezza, il non vergognarsi di nulla, è invece trascuratezza della propria intimità e, alla fine, equivale alla dichiarazione di non avere un’intimità da proteggere.

Il capovolgimento del giudizio sul pudore risale alla rivoluzione culturale del Sessantotto, che, non a caso, è all’origine della rivoluzione sessuale come fenomeno di massa. Il Sessantotto ha trasformato profondamente i modi di vita, gli stili culturali e i comportamenti, puntando a instaurare un nuovo “senso comune”. Aspetti rilevanti della prassi rivoluzionaria inaugurata dal Sessantotto sono la diffusione, che raggiunge ogni comunità e ogni strato sociale, e la vastità, che arriva a colpire ogni ambito di trasmissione della tradizione, cioè ogni ambito educativo, principalmente attraverso la contestazione del principio di autorità. L’affievolirsi dell’autorità, privando i giovani dell’insegnamento sulla verità e sul bene e lasciandoli soli ad affrontare le proprie pulsioni e l’incertezza, determinata da una situazione in cui tutte le prospettive si equivalgono, e dove, di conseguenza, nessuna scelta è giusta o sbagliata, pregiudica la costruzione dell’identità personale.

Senza autorità di riferimento l’identità e l’interiorità si sviluppano in modo frammentario perché la persona, da sola, non è in grado di attivare la dinamica della crescita interiore. La coscienza, infatti, raggiunge la maturità sviluppando progressivamente un concetto di sé adeguato alla realtà, una visione in cui l’autostima, cioè la consapevolezza del valore personale, è accompagnata dalla coscienza dei propri limiti. Questo processo non è scontato, ma esige la presenza di qualcuno capace di indicare a chi è giovane un progetto di realizzazione della propria umanità; perciò, il venir meno di una prospettiva di verità e di bene toglie agli adulti autorevolezza e priva i giovani di una meta a cui tendere.

Non potendo investire sul futuro, tutta l’energia e il desiderio si concentrano sul presente, che deve essere “consumato” con la massima intensità possibile. Si comprende quindi che l’esistenza contemporanea sia condotta all’insegna del consumo; la vita vera sembra quella che viene rappresentata in Tv dove i corpi sono giovani e levigati, le emozioni intense, le risorse apparentemente illimitate.
Tuttavia il consumo di sempre nuovi oggetti non appaga; gli oggetti infatti non corrispondono in modo soddisfacente al desiderio di felicità. Tale desiderio deriva dal bisogno, proprio dell’uomo, di essere “riconosciuto” da un altro uomo. Riconoscere l’altro significa apprezzarne il valore, avvedersi dell’altro come persona, e, attraverso questo sguardo, risvegliare la consapevolezza di colui che viene “guardato” operandone il suo consolidamento.
È solo nella relazione interpersonale che l’uomo, rispecchiandosi nell’immagine comunicata dall’altro, incontra se stesso. Ma la crisi dell’autorità destituisce il riconoscimento di valore: se il contenuto della relazione educativa non consegna ai giovani uno scopo da realizzare come compito, non consegue il suo scopo principale, lasciandoli in balia degli interessi egoistici, dell’incertezza e del timore del fallimento. L’avvilimento dell’uomo può diventare talmente insopportabile da spingerlo a fuggire dalla sua intimità con lo stordimento e l’annullamento della differenza tra interiorità ed esteriorità. Soltanto chi ha trovato il proprio io all’interno di un progetto, che può accettare o rifiutare, diventa il custode della propria crescita umana e spirituale: in lui così il pudore, nel senso più ampio, diventa un valore capace di proteggere l’intimità della persona. Ma perché questo possa avvenire, ognuno di noi ha bisogno di maestri.

RICORDA
La perdita del senso del pudore e la conseguente perdita dell’intimità personale tendono a rendere esteriore, superficiale, impersonale ogni tipo di rapporto con altri. La dissoluzione dell’intimità dell’io [...] ha spesso fra i suoi esiti finali anche l’ateismo (teorico e pratico):  
“Se, infatti, si elimina l’intimità personale, non c’è più posto per la relazione con Dio, dato che l’incontro con Lui può avvenire soltanto nel centro più intimo della persona” [Giambattista Torellò, Dalle mura di Gerico]».

(Gianfranco Bettetini – Armando Fumagalli, Quel che resta dei media).

IL TIMONE N. 94 – ANNO XII – Giugno 2010 – pag. 32 – 33

http://www.parrocchiasanmichele.eu/download/category/123-il-timone.html



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